NEL SILENZIO DI UN PUNTO

Davanti a me la profondità ombrosa della via è un interminabile corridoio con un’unica porta in fondo. Una porta enorme, dischiusa a una lingua di luce: una bianca lama di spada che piove dall’alto e arriva squarciando le tenebre. A brandirla, è la mano del soprannaturale.

     Dalla porta penetra e si dffonde un forte suono. Scuote l’aria, riempie rapidamente tutti gli spazi.

    Sale d’intensità.

    Quasi mi sfonda i timpani.

    Poi tutto cessa, e dopo un po’ sento lo scalpiccio precipitoso di molti piedi.

    È come se, richiamate dal suono, le persone fossero state invitate a uscire dai loro

ripari, per ritrovarsi in un punto preciso.

    L’istinto mi dice che devo unirmi a loro. Ma è dura. Non mi schiodo da dove mi

trovo. Con le spalle rivolte alle rovine di casa mia, non mi viene il coraggio. Il midollo

spinale è paralizzato dalla narcosi di questo evento.

     Delle sagome scure mi sfilano davanti, una adesso e un’altra dopo un po’, e anche

se vengono a così grandi intervalli, vanno tutte verso un’unica direzione. Escono probabilmente dalle macerie delle loro case, per ammassarsi in un cubo di spazio.

     Faccio uno sforzo, e mi avvio anch’io.

     Cazzo, mi sembra di volare.

     Mi accolgono con amore, e proprio non me lo aspettavo. In molti mi abbracciano,

sento il loro a”etto su di me.

     Anch’io ho voglia di abbracciare chi mi sta accanto. Ho brama di solidarietà, il

bisogno di toccare gli altri. Solo adesso capisco che è un evento che unifica, come in

una grande famiglia.

     È strano, centinaia di uomini che prima della catastrofe erano diversi in tutto e

si ignoravano, ora bandiscono la distanza prossemica e si aprono al contatto fisico.

     Nessuno ha più parlato, mi dico mentre ci muoviamo. Eppure c’è grande intesa.

     Andiamo nella direzione della luce, verso la porta dischiusa, e tra noi c’è solidarietà.

     Ma c’è nell’aria il silenzio di un punto messo come si deve a chiusura di una frase.