
Nelle relazioni tecniche di infortunistica si continua a evocare il rigore scientifico come se fosse una garanzia automatica di verità. In realtà, in molti casi, non si assiste a un uso orientato della tecnica, ma a qualcosa di più grave: alla sua funzionalizzazione, quando non al suo svuotamento. La tecnica diventa un mezzo per arrivare a un risultato, non uno strumento per comprenderlo.
I sofisti dell’antica Grecia avevano almeno il merito della chiarezza. Il primo sofista, quello di Protagora, operava in un contesto di libertà conflittuale. La polis consentiva il confronto, anche duro, e la parola era un’arma dichiarata. Il sofista non cercava la verità in senso assoluto: cercava l’esito. Ma lo faceva alla luce del sole, in un sistema che non pretendeva neutralità.
Con l’età imperiale romana, la sofistica cambia natura. La cosiddetta seconda sofistica non è più parola che agisce sul presente, ma parola che si esibisce. Il sofista diventa una figura colta, integrata, spesso protetta dal potere. La critica scompare, il conflitto viene rimosso. Non si attaccano le leggi romane, non si mette in discussione l’ordine costituito. La retorica sopravvive, ma come ornamento, come prestigio culturale, come esercizio stilistico politicamente innocuo. È una parola tollerata perché non disturba.
Il terzo sofista, quello contemporaneo, non coincide né con l’uno né con l’altro, ma recupera selettivamente ciò che gli serve. Non eredita la libertà del primo, né la sterilità del secondo. Recupera invece la funzione operativa del primo sofista: orientare, convincere, produrre un esito. Lo fa però all’interno di un sistema che pretende neutralità e scientificità.
Qui sta il nodo.
Il tecnico moderno, chiamato a esprimersi sulla compatibilità di un danno o sulla plausibilità di una dinamica, spesso non si limita a verificare il fatto storico dichiarato dalle parti. In molti casi tende a selezionare, attenuare o enfatizzare gli elementi tecnici con l’obiettivo di smontare una compatibilità già affermata dai conducenti nella denuncia di sinistro.
Il fiduciario della compagnia muove frequentemente da una posizione di contestazione, convinto che il proprio ruolo consista nel negare il nesso danno-evento. Il consulente di parte del danneggiato è costretto a reagire, trasformando la perizia in un terreno difensivo. Anche il CTU, pur chiamato a esprimersi senza precomprensioni, può cadere nella tentazione di eccellere tecnicamente, cercando una incompatibilità che lo distingua dalle parti e dai consulenti.
In questo modo, la relazione tecnica non nasce più come verifica, ma come esercizio dimostrativo, sostenuto da formule, coefficienti e grafici utilizzati non per chiarire il fenomeno, ma per legittimare una conclusione costruita a posteriori.
Non si contesta il danno per necessità tecnica, ma per dimostrare competenza. È qui che la perizia smette di essere strumento di verifica e diventa prova di bravura.
Il terzo sofista non dichiara il proprio ruolo, come faceva il primo. Non si limita all’esibizione innocua, come il secondo. Agisce, ma lo fa negando di farlo. La sua forza sta proprio qui: nell’uso di un linguaggio tecnico che simula rigore e produce consenso, anche quando il metodo è assente o fragile.
In questo senso, il terzo sofista non è una degenerazione accidentale della tecnica, ma una figura funzionale al sistema. Serve a chiudere le questioni, non a chiarirle. A rendere sostenibile una conclusione, non a verificarla. Dove la tecnica dovrebbe delimitare l’incertezza, viene invece usata per mascherarla.
Il problema non è che la tecnica orienti: lo ha sempre fatto. Il problema è che oggi lo faccia spacciandosi per neutra.
E quando la sofistica si traveste da scienza, non siamo più nel campo dell’interpretazione. Siamo nel campo del nulla, rivestito di linguaggio tecnico.
Lo stesso meccanismo è oggi pienamente riconoscibile nella politica italiana contemporanea. Il terzo sofista non si presenta come ideologo né come retore tradizionale, ma come interprete della necessità. Le decisioni non vengono difese sul piano del conflitto politico, bensì giustificate come esiti tecnici inevitabili: lo impongono i mercati, lo richiedono i vincoli di bilancio, lo suggeriscono i dati, lo esigono gli esperti. La scelta politica viene così sottratta al dibattito e ricollocata in un ambito apparentemente neutro, dove il dissenso non è più una posizione alternativa, ma un segno di incompetenza. Come nella perizia che smonta una compatibilità per dimostrare rigore, anche qui la complessità viene usata non per chiarire, ma per chiudere la questione. La politica non scompare, ma si traveste da tecnica, e proprio in questo travestimento perde la propria responsabilità.
Resta allora una domanda inevitabile: che fine ha fatto la terzietà del perito e del politico?
Oggi la terzietà è possibile solo a una condizione: che il tecnico sia fedele al metodo e il politico alla scelta.
La terzietà del tecnico non è neutralità di risultato né equidistanza dalle parti.
È lealtà al metodo.
Non consiste nel non prendere posizione, ma nel non piegare la tecnica alla posizione.
Quando il tecnico smonta una compatibilità per dimostrare competenza, smette di essere terzo e diventa performativo.
Quando usa formule e grafici come scenografia, rinuncia alla verifica.
La terzietà del politico non può essere neutralità, perché la politica è scelta e conflitto.
Un politico non è terzo rispetto agli interessi, ma può esserlo rispetto alla menzogna.
Il politico terzo non dice: “non c’erano alternative”, ma:
“questa è l’alternativa che ho scelto, e ne rispondo”.
Quando entrambi, tecnico e politico, si rifugiano nella neutralità apparente, nasce il terzo sofista.

