La danza degli impiccati 💀

Sul percorso si affiancano le prime costruzioni. Via da tanto sterrato, ora attraverso la borgata. E giù per lastricati, e strade deserte, e filari di case, e lampade aeree…

Girando per una vanella, l’automobilista mena subito per uno slargo. Spegne le luci. Al cigolio segue lo sbattere dello sportello. Il rumore rimane per un po’ nella via.

Tira dal cofano un grosso sacco, gli slega l’orlo e tira un nodoso pezzo di legno; ne saggia la solidità, lo brandisce come arma.

Sotto il cappello, lo sguardo lampeggia tragico nella via. Una via che corre muta, un po’ svanita. Un acciottolato lucido srotola fra costruzioni settecentesche che si fronteggiano enormi, e poiché sono guarniti dal cerchiarsi di giallo delle lampade a muro, assumono un aspetto più drammatico. Le grandi paraste angolari serrano gli spigoli degli edifici in una lavorata e chiaroscurata cerniera che arricchiscono l’edificio come una bardatura cavalleresca. A tutto questo straordinario complesso architettonico fanno da contraltare orripilanti corde pendenti dai balconi e alle cui estremità ciondolano sacchi di spazzatura. Smossi dal vento, i sacchi intavolano a pelo terra una sorta di danza degli impiccati. Gli spazzini, allo spuntar del giorno, passeranno in rassegna tutta la via. Raccoglieranno e caricheranno nei loro rumorosi camion i sacchi d’immondizia.

S’avvia; sopra di lui il disco lunare si erge alto e rosso, striando di porfido una porzione di volta stellata. Col suo volo sbreccato un pipistrello sorvola il cappellone, mulinando poi a una lampada a muro.

L’uomo col cappellone piega su una scalinata che s’inerpica lateralmente all’edificio. Sale le scale. Una volta sul pianerottolo, mette una mano dentro la camicia e tira fuori una grossa corda. Si china alla base dell’inferriata e vi assicura la corda fra le barre annodandola saldamente. Poi si alza e si para davanti alla porta chiusa. Ne saggia la robustezza, ausculta con l’orecchio. Si allontana, prende spazio dietro di sé e si posiziona alzando la pianta del piede contro la porta. Con slancio in avanti le sferra un colpo che fa sbattere le imposte più volte. Nel buio, soltanto un raggio di luna percorre la stanza. A un certo punto, in quella debole luce scintilla la testa pelata di una sagoma agitata…

Un colpo sordo, e sale alto il canto di una gallina scannata. Un altro colpo. E uno ancora. Poi un trafficare sul pianerottolo. Un tonfo.

L’uomo col cappellone in testa ora si allontana ingobbito, mano in tasca, sigaro in bocca, passo lento.

Alle sue spalle un figuro in nero ciondola dal mezzanino. La testa, rovesciata sulla spalla, presenta uno squarcio, spicca della materia giallognola. Il sangue cola sulla fronte e va gocciolando sulla lingua ingrossata ed espulsa interamente dalla bocca. Sul volto una continua smorfia di sofferenza. Penzola silenzioso l’impiccato, l’orlo della veste talare gonfia a campana: ed è tutto un cadenzare di corde e di sacchi di spazzatura.

Per la via, il canto lugubre dei gatti sale ora alto. La tetra danza degli impiccati è un inno di vittoria alle forze del male.


La sfida 🎱

Nella foschia della sala la luce cadeva bassa. Era portata sui tappeti verdi attraverso neon incastrati in congegni oblunghi e orientabili.

Salvo tastò le sponde del biliardo con aria da saputello e lamentò che non fossero sufficientemente riscaldate.

Con un movimento secco della mano, spinsi una biglia e la feci carambolare sul tappeto verde.

– Cazzate. A me sembra che la palla scorra bene.

Salvo mi fissò storto. – Ti credi invincibile in questo gioco, vero? Mi sa che stasera uscirai umiliato da qui.

Il mio amico cominciava a starmi sulle palle, con le sue battute fuori luogo. Non era il tipo che accettava una sconfitta, e mi pentii di aver accettato la sfida che mi aveva lanciato su Facebook coinvolgendo per giunta anche i miei contatti.

– Umiliato dici? Forse stanotte hai fatto un sogno talmente bello che non hai ancora avuto il coraggio di interromperlo. Ti rivelo un segreto: sappi che in questo momento sei solo un campione del nulla.

Sistemate le tre biglie sul tappeto verde, Salvo si piegò con la stecca sul biliardo tenendo la parte superiore del braccio parallela al pavimento, oscillando con l’avambraccio avanti e indietro mentre la mano teneva impugnata la stecca che, dalla parte della punta, poggiava sul ponte formato dall’altra mano.

Ero talmente abituato al gioco della Carambola che dalla posizione della stecca e dal suo immaginario prolungamento intuivo che colpo ne sarebbe scaturito. Trovai quindi alquanto strano che le operazioni di brandeggio nel complesso fossero consone per un’uscita a giro.

Il colpo fu infatti tirato con forza media, imprimendo sulla sfera battente l’effetto a sinistra e colpendo a mezza palla la biglia avversaria. Rimbalzando sulla sponda lunga di sinistra, la sfera battente scivolò carica di effetto verso la traversina in alto, quindi rimbalzò sull’altra sponda lunga e, di rimando sulla traversina in basso risalì colpendo la biglia rossa.

Carambola!

Le cose non mi quadrarono. Ragionai. Quello era stato un colpo da giocatore incallito. E Salvo aveva imparato a giocare a Carambola soltanto da qualche mese, io stesso in quel periodo faticavo a insegnarglielo. Era per altro improbabile che il tiro potesse essere stato frutto di un colpo di fortuna, perché tutto era stato preparato per ottenere quel risultato. La fortuna entra per altre vie in questo gioco. Ed era inoltre escluso che Salvo avesse potuto far finta con me di non saper giocare: la postura e i gesti di un giocatore professionista così come quelli di un dilettante non possono scrollarsi di dosso a comando, e i miei occhi esperti avrebbero colto l’inganno.

Salvo alzò lo sguardo su di me. – Stai trascurando un fatto, fratello. Anche se il tuo stile raffinatissimo può coprire infinite combinazioni nel reiterarsi dei colpi messi a segno, guarda che nessuno, nemmeno tu, può pararsi il culo dall’imprevisto.

Fu come se, avendo letto i miei pensieri, Salvo avesse voluto rispondermi per le rime. E nonostante mi rendevo conto che tutto ciò non aveva un briciolo di senso, fui comunque pervaso da un vago timore dell’ignoto.

Fissai la disposizione assunta dalle biglie dopo il colpo. Per un principiante peggio non poteva capitare: le due palle si erano sistemate lungo una perfetta verticale rispetto alla palla battente.

Da come Salvo posizionò la punta della stecca contro la biglia battente, appena sopra la metà superiore della sfera, capii che stava tentando il colpo “a scorrere’, l’unico modo possibile, in quella situazione, di sperare di poter fare carambola.

Ma come poteva conoscere quel colpo se io non glielo avevo ancora insegnato?

Salvo scoccò il tiro con decisione. Un colpo in testa e la palla battente partì rotolando e senza slittare per un certo tratto, colpì quindi la palla avversaria che a sua volta, colpendo la biglia rossa, si disallineò da essa. Da tergo, intanto, la palla battente proseguiva la sua corsa lungo la verticale originaria fino a raggiungere la biglia rossa colpendola.

Un colpo fantastico.

Per circa mezz’ora Salvo passò da una carambola all’altra, riuscendo a risolvere le più complicate combinazioni. Ogni tanto si fermava per mettere con cura il gesso sulla punta, buttarsi del borotalco sulle mani che poi strofinava attorno alla stecca. Giunto a cinquanta carambole senza fallire un colpo, allungò la stecca fra i cubetti segnapunti in alto e, collocando la punta su quello contrassegnato ‘50’, fece scorrere tutti i cubetti verso l’altro estremo determinando una botta secca.

Una botta che mi arrivò come un pugno in faccia. Mi aveva stracciato, e senza che io avessi potuto tirare un sol colpo.

Buttai la stecca sul tappeto verde, infilai veloce il soprabito e uscii incazzato nero dalla sala.

Umiliato.

Fuori faceva un freddo del diavolo. Mentre mi stringevo il bavero, percorsi con lo sguardo il viale davanti a me. In lontananza, una strana figura andava materializzandosi dalla gobba della strada, fra le spoglie sagome dei tigli ai lati illuminati a sbaffo da ricurvi lampioni. Indossava un cappellaccio a tese larghe e cupola alta.

Era una persona abbigliata in modo assurdo. Avvicinandomi, mi accorsi che di sotto il cappello e tra il bavero rialzato del mantello intravidi il viso, solcato e smunto, improntato da uno sguardo ostile. Aveva le mani vizze, a zampe d’uccello, e i dorsi rugosi simile ad alite; gli arti inferiori, terminanti con zoccoli fessi, puntavano dritti al suolo ma incredibilmente non lo calpestavano.

Trotterellava librandosi a un palmo da terra, ed uguale ne risuonava uno scalpiccio cadenzato. Il nero mantello gli scivolava ampio e gelatinoso lungo il corpo ed era affibbiato al collo da un laccio di cuoio che serrava i riporti rossi di stoffa diversa del bavero. Questo a sua volta si racchiudeva ostentando due orli verticali e obliqui che sparavano in alto e a punta e in direzioni opposte. E non era finita qui. L’essere lugubre non emetteva la benché minima ombra sul terreno.

Mi sentii raggelare il sangue. Quella specie di sorda paura in cui si era conchiusa in quell’istante la mia anima trovò nel pensiero di Dio una protezione, una Chiesa. Sentii il desiderio di pregare, lo feci ripetendo mentalmente le poche preghiere che conoscevo.

Un puzzo nauseabondo si sciolse nell’aria, sentii una ripulsa fisica e l’orrore riversarsi su di me in ondate assordanti. Comincia a correre all’impazzata, quando una voce che mi sembrò giungere da infinite lontananze artigliò il vento e nelle mie orecchie portò la frase: – L’anima del tuo amico Salvo ormai mi appartiene!

Il club delle maschere  🎭

I coni di luci sulla pista da ballo mostrano, a turno, tre ballerini dall’aspetto seducente.  

Alle due estremità, una negra statuaria e una rossa fiammeggiante si dimenano al ritmo di una musica assordante. L’una ciondola tette dai grossi capezzoli, l’altra, in lunga gonna scosciata, guantoni fino ai gomiti e fumando col bocchino, ancheggia attorno a una sedia: mano alla spalliera, se la gira e con una mossa felina ci si accavalla al contrario, a gambe aperte. Quindi si alza togliendosi la sedia di sotto, viene avanti, tutta sciccosa: fuma, scuote la cenere, ammiccante, burrosa, aggressiva. Poi, la negra e la rossa, si avvoltolano ai pali, vi si contorcono, svenevoli, desiderabili. Al centro, tra le due donne, è ora inquadrato un biondo omone in perizoma nero. Sembra fare la bella statuina, offre il profilo alla platea: il tronco di fronte, i piedi fanno le nove e un quarto, nella postura di un egizio antico. Ora il biondo omone sembra ricevere una pugnalata al cuore, si butta per terra, si raccoglie in sé: le braccia avvolte alle ginocchia, il capo reclinato, disperato. Ora si desta, spicca un salto, poi un altro, esegue due tre piroette, e danzante e leggero, fluttua nell’aria improvvisamente avvolta da una nebbia elettrica. Poi, come un sole artificiale balza fuori dietro la nebbia, tutto si dipana, e ciò che era dramma, si tramuta in letizia. 

   Seduto a un tavolo, l’ispettore Gino Salvi si gode lo spettacolo. 

   Non è stato facile per lui iscriversi a Il Club delle Maschere, ma alla fine l’ha spuntata.  

   Ora è Gino Gabballo, figlio di un rinomato imprenditore di Palermo: uno coi soldi. Si trova a Catania per incarico di suo padre, per importanti affari.  

   Si sforza di assumere un certo contegno: l’aria deve essere quella di uno che se la tira. Non è facile. Il commissario gli ha ordinato di radersi i capelli a zero, di farsi crescere una specie di pizzo all’ultima moda, di indossare vestiti consoni alla circostanza.  

   “Che sia un vestito gessato” ha precisato la vecchia volpe. “È più cool.”  

   “Più cool di cosa?” 

    “Di come si veste abitualmente lei.” 

   “Come vesto io?” 

   “Lasciamo stare. Meglio non rischiare, ispettore. Anche se la maggior parte del lavoro qui a Catania lei la svolge in incognita, con quei capelli con la scossa, il rischio di essere riconosciuto è alto.” 

   Gino ha obbedito a malincuore. “Più cool il cazzo! Tanto, mica se li è tagliati lui i capelli a zero! Mica se lo indossa lui il vestito gessato!” 

   Per entrare nel club ha dovuto sostenere un colloquio, superare un esame. Una specie di moderatore del club, un tipaccio calvo e liscio come il culo di un prete, gli ha fatto il terzo grado.  

   “Lei che ne pensa della libertà sessuale, e che ne pensa del matrimonio, e che ne pensa dell’amore eterno, e della famiglia.” 

    Della libertà sessuale gli ha risposto che la pensa come D’Annunzio, agognando di vivere le vicende di Fiume, in una società senza tabù e in cui uno fa continuamente l’amore su un letto ricoperto di petali di rosa. Del matrimonio e dell’amore eterno gli ha detto che la pensa all’incirca come Oscar Wilde: c’è qualcosa che può dichiararsi eterno in questo mondo caduco? Della famiglia ha risposto che è un male necessario: serve per la procreazione. Ci si sposa perché si vorrebbe far sesso per tutta la vita, più che per garantirsi una discendenza che non frega più a nessuno. Morale della favola: se ci si sposa di meno, o non ci si sposa affatto, è mille volte meglio.  

   Le risposte sono piaciute al moderatore, che le ha accolte ognuna con un sorriso da ebete stampato sulle labbra.  

   “Un pizzico di anticonformismo non guasta” ha detto.  

   Poi gli ha consegnato una sorta di regolamento in dieci pagine dattiloscritte.  

   “Deve impararlo a memoria, in un paio di giorni”, ha minacciato. “Il terzo giorno deve essere pronto a rispondere a successive domande.” 

    Tutti gli associati sono tenuti a rispettare il regolamento. Prima di entrare nelle sale del club, è obbligatorio passare dal guardarobiere, affinché si scelga e quindi si indossi l’indumento ‘adatto’, che palesi la propria tendenza sessuale. È stabilito dal regolamento: un gay deve vestirsi da donna, una lesbica da uomo. I trasgressivi – chi amoreggia con più partner promiscuamente o con più partner dello stesso sesso – deve portare una maschera, per non essere identificato. Tranne gli eterosessuali – che devono portare un cappello in testa e possono condursi a viso scoperto – tutti sono obbligati a rispettare la privacy del partner prescelto e non tentare di scoprirne l’identità. Si possono bere alcolici, ma solo se si decide di trascorrere la notte al club. I piani inferiori sono destinati allo svago. C’è la sala riservata alla visione dei film hard, i tavoli da gioco, la sala biliardo. I piani superiori sono per la passione erotica, ognuno vi si reca con il partner scelto. È vietato l’uso di droghe, il fumo è consentito solo nelle sale apposite. L’aspirante socio è messo alla prova per un periodo di due settimane: se si comporta bene e non crea problemi al club, diventa socio effettivo e può far parte alle riunioni che si tengono ogni sei mesi nel club stesso.  

   Quando il tipaccio calvo congratulandosi, gli consegna la tessera di nuovo socio, sono già trascorse le due settimane di prova.  

   Stanco di guardare i ballerini, si alza e va al bar.  Sa per esperienza che chi sorseggia un drink in piedi invia un chiaro segnale di disponibilità. Tuttavia si rende conto che nel locale la dinamica per rimorchiare non è certo quella. 

   Il tipo dietro al bancone sta armeggiando alle vetrinette, quando si volta mostra due occhietti neri da drago che bucano un viso oblungo devastato da rughe, improntato in un’espressione funerea. Ordina al drago una limonata frizzante, con una fetta di ananas. Ma ha come l’impressione di aver ordinato una bara a un beccamorto.  

   «Frizzante?» fa quello. 

   «Frizzante. Sa quelle cose con le bollicine?» 

   «Ah il seltz.»  

   «Il seltz, si capisce.»  

   Con la bibita in una mano e una sigaretta tra le dita dell’altra, va a sedersi su uno sgabello, all’estremità del bancone.  

   “Che musica del cazzo!” 

   La prima cosa che ha fatto, da esordiente associato, ha chiesto al guardarobiere un cappello. Per non lasciare dubbi sull’interpretazione, ne ha scelto uno appariscente, tipo cowboy. Eterosessuale! Meglio inquadrare da subito la questione sesso. Non si sa mai. Nel consegnargli il cappello, al guardarobiere è scappato un risolino rasoterra. Gino gli ha chiesto spiegazioni: «Che cazzo ha da ridere?»  

    «Non se la prenda», ha risposto quello. «È normale, sa. La prima volta quasi tutti scelgono un cappello come il suo. Penso lo facciano per sondare l’ambiente. Poi, col tempo, cambiano le loro scelte. E chi è entrato nel club da eterosessuale, esce da gay e con esigenze erotiche mai sospettate prime.»  

   “Col cazzo cambiano la loro scelta!”, sta ancora pensando Gino mentre consuma la limonata.  

   Se molti sono i travestiti, qualcuno che porta il cappello in testa tuttavia c’è. Pochissimi sono i mascherati. Anzi ne vede solo tre. Uno alto dai capelli dall’indefinibile colore, che si muove con affettata eleganza; uno basso, secco e, nonostante la maschera, con l’aria smarrita; l’altro, ben piantato e tutto nervi, sembra esplodere nel suo vestito.  

   Solo quando ha fatto amicizia con una brunetta niente male, una in minigonna e col cappello, ha saputo che questi ultimi, detti i trasgressivi, si fanno vedere al club sempre indossando la maschera, e solo a tarda ora.  

   “Non li vedevo da un pezzo”, ha aggiunto la brunetta. “Devono essere dei tipi importanti. In realtà i trasgressivi sono in maggioranza nel club, solo che amano palesarsi all’ultimo momento. Arrivati al club, chiedono al guardarobiere abiti per travestirsi, quindi trascorrono gran parte del tempo seduti a un tavolo, parlottando e guardandosi attorno. Poi, quando è chiaro con quali partners si desidera far sesso, si fanno consegnare la maschera dal guardarobiere e salgono ai piani superiori. Ma questo accade sempre a tarda ora.” 

    Ma con quali modalità fanno la loro scelta i trasgressivi, questo la brunetta non glielo ha detto, e lui ha preferito non domandarglielo. Meglio essere prudente. 

   Proprio in quel momento vede la brunetta, in un angolo della sala. Sta parlando con altri due, due travestiti in maschere. Lei invece porta ancora il cappello, e sprizza sesso da tutte le parti. Gino non può abbandonarsi a questi pensieri peccaminosi. 

   “Prima il dovere, cazzo.”  

   L’attenzione deve essere tutta per i trasgressivi. Ora stanno cenando, li vede, a un tiro di sputo davanti a sé. Dei tre, se n’è aggiunto un quarto, di corporatura grassa. Quello più interessante per Gino è il tipo prestante e tutto nervi. Sta seduto al tavolo, dritto sulla sedia, più composto degli altri ma occupa più spazio. A ogni boccone si preoccupa di sistemare sempre le posate, di pulirsi accuratamente la bocca col tovagliolo, che ripone poi sul tavolo dopo averlo piegato per bene; se gli altri invadono la sua parte di tavolo, poggiando un bicchiere, una bottiglia, una forchetta, lui le allontana, sembrando nell’atto un giocatore di dama nell’atto di muovere le pedine. Gli altri tre devono temerlo, perché rispettano la sua “territorialità” e sopportano quelle che a occhi attenti appaiono dei soprusi, vere e proprie manie.   

   Ma anche il piccoletto è un tipo piuttosto strano a modo suo. Già col solo fisico minuto, lo sguardo che s’indovina da topo, incarna il classico burocrate, quello che controlla il prossimo continuamente, quello che disprezza gli inferiori e ammira i superiori. Sempre, da quando si va a scuola, s’incontrano individui di questa categoria e chissà perché si ha la tendenza a non prenderli sul serio. Dietro a quella maschera si potrebbe indovinare la faccia del burocrate dietro lo sportello di un ufficio comunale, osservarne quel sorrisetto invisibile quando egli chiude bottega, alle 13 spaccate, mentre gli ultimi due tre, che stanno lì a far la fila già da mezzora, devono andarsene per tornare il giorno dopo. Quel che conta non è che egli smetta alle 13 in punto di lavorare: l’aspetto importante del suo comportamento è che egli gode a frustrare la gente, a dimostrare che è lui a controllarla, una soddisfazione che si riflette nel suo comportamento.  

    Ma c’è qualcosa che lo colpisce particolarmente nell’atteggiamento di ognuno di loro, qualcosa che gli sembra di riconoscere. E quando il tipo ben piantato e tutto nervi incomincia a destreggiarsi con le mani, a fare cerchio con il pollice e l’indice, accompagnando alla sua parlata una continua mimica essenzialmente plateale, mentre il piccoletto reagisce impacciato a quell’atto puntando lo sguardo per terra, è certo di riconoscere in loro il questore Maro Valenti e il prefetto Nando Bergamasco! Il terzo, vista l’altezza, l’eleganza degli abiti e l’orribile colore dei capelli, è probabilmente il procuratore Silvio Tringale. Il grassone non può che essere il sindaco Salvo Buremi. 

   “Se è vero l’assunto che le reazioni non verbali hanno origine in una parte primordiale del cervello che si chiama amigdala, è anche vero che nessuna parola è chiara quanto il linguaggio del corpo, quando s’impara a leggerlo!” 

   Sente che è sulla pista giusta per sbrogliare la matassa delle indagini. Il caso Litrico parla da sé. Dice per esempio che qualcuno ha voluto simulare un incidente stradale, facendo redigere un verbale di incidente stradale adatto allo scopo, un qualcuno che probabilmente ha fatto pressioni per non far risaltare le conclusioni dell’esame autoptico. Per fare ciò, si deve essere una persona di potere, avere una certa importanza sociale.   

   “Un procuratore, un questore, un prefetto e un sindaco hanno questa importanza sociale.”  

   Deve indagare con molta prudenza, però.  

   “Perché ucciderlo il vigile urbano? Droga? Sesso? Chi cazzo può saperlo. In un covo di pervertiti come questo, tutto è possibile.”  

   La brunetta intanto ha mollato i due travestiti in maschere e fa la passerella deambulando senza meta davanti a lui. Manda chiari segnali d’approccio: con il suo comportamento spaziale segnala la disponibilità a farsi avvicinare. Ma lui non può lasciarsi scappare i trasgressivi. Così, se Gino non va verso la montagna è la montagna a venire verso di lui.  

   La brunetta lo saluta e gli si siede accanto.  

   «Ti va un Jack Daniels?» 

   Il messaggio è chiaro, tuttavia per certe cose ci vuole una conferma.  

   «Se bevo, poi sarò costretto a passare la notte qui, visto che non mi permetteranno di guidare.» 

   «Saremo costretti in due.»  

   Gino non può evitare di dare uno sguardo clinico alla brunetta. “È bona, non vi è alcun dubbio, e ha un bel culo oltretutto!”  

   «Ehi, ti sto invitando a passare la notte con me. Tranne che non ti va.»  

   “Col cazzo che non mi va. Io a questa me la devo fare!” 

   Tuttavia deve tenere d’occhio i trasgressivi, non può farsi scappare l’occasione di sapere come fanno a scegliersi i partner, quei rottinculo! E poi deve stare attento a non tradirsi con la brunetta.  

   “Possono averla messa di proposito alle mie calcagna, per mettermi alla prova.”  

   Trova la giustificazione più consona alla situazione: «Scusami, ma per me è ancora troppo presto. Facciamoci prima qualche bicchierino.» 

   «Fai pure, io vado alla toilette. Ci vediamo fra un po’ allora.» 

   Intanto sulla pista da ballo si formano le coppie. Ognuno evidentemente vuol mettere alla prova il proprio partner con un lento toccante, innescato dalla melodica vecchia canzone Josephine. L’atteggiamento sensuale di un ballo dice molto su che tipo di passione uno può avere a letto. E comunque, c’è sempre la possibilità di poterla cambiare all’ultimo momento la scelta.  

   Sembra un carnevale malriuscito. Chi non è in maschera, porta un qualche strano cappello, una parrucca o esibisce un abbigliamento pittoresco. Nella vita si può decidere di essere alla moda, di fare il trasgressivo, ma il modo con cui ci si esprime nei propri panni la dice lunga sull’effettiva interpretazione che si vuol mettere in atto. Quando non fanno il monaco, gli abiti mostrano al mondo l’ostentata affettazione di chi ha avuto l’ardire di indossarli. Mostrano la scomodità di questi, il disagio di dover stare infilato in panni non suoi, panni in cui un inconscio viene alla luce, a interpretare per lui tutte quelle recondite parti che mai ha immaginato di desiderare. E in quella pista da ballo c’è molto inconscio palesato. Non sono più umani con desideri nascosti, quelli. Sono gli stessi desideri materializzatesi, voglie inconfessate che prendono corpo in quegli abiti, passioni che finalmente si esplicano dopo aver chissà per quanto tempo represso, chissà per quali tortuosi ragionamenti negato.  

   Gino pensa che tutto ciò sia un male. “Ora dovranno inventarsi altri desideri, perché riempire quel vuoto lasciato dall’inconscio non sarà facile. Del resto, un’anima pensante piena di Sé e vuota di inconscio, è una bomba a orologeria, e tanto più potente sarà la bomba, quanto maggiore risulterà lo squilibrio di Sé.”  

   Proprio in quel momento entrano altri mascherati.  

   «Mein!», dice uno di loro rivolto al quartetto seduto al tavolo.  

   Nessuno dice nulla, per alcuni secondi. Ma c’è nell’aria come un’attesa di qualcosa. Parecchi sguardi scrutano dappertutto, qualcuno guarda l’altro, si bisbiglia. Poi improvvisamente, un altro mascherato si fa avanti.  

   «Kampf!», dice.  

   Il tipo tutto nervi, ossia il questore, a sua volta dice:  

  «Mein kampf!»  

   Tutti, a quel punto, si scambiano dei reciproci cenni d’intesa. 

   I trasgressivi si alzano e si riuniscono con gli altri mascherati. Poi tutti salgono di sopra.   

   “Ci sono, cazzo! Quel mein kampf deve essere un espediente, un messaggio convenuto, in codice. La mia battaglia. La battaglia di Adolf Hitler! Un codice macabro, un omaggio al male, un invito a combattere chissà quale nemico. È dunque in questo modo che i trasgressivi si scelgono i partner.”  

    Vede arrivare la brunetta. Gli sorride maliziosa. Ha indossato una minigonna ancora più corta e una camicia ancora più aperta, che fa intravedere quasi tutto. La carne è debole. E decide che a quel punto anche lui può concedersi qualche distrazione. La parte più interessante del caso, quella che non racconterà al commissario.  

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