Per molto tempo ho pensato che il romanzo giallo mi annoiasse.
Poi ho letto Una storia semplice di Leonardo Sciascia, e ho capito che non era il genere a non interessarmi: erano certi gialli. Quelli costruiti come un rompicapo, dove tutto serve solo a scoprire chi ha ucciso, e niente a capire perché.
Il giallo classico – quello delle deduzioni impeccabili, dei detective infallibili, degli indizi disseminati come briciole – mi lasciava spesso un senso di chiusura.
Arrivavo in fondo e sapevo tutto, okay. Ma non sentivo niente. Era un gioco d’intelligenza, perfetto nella sua meccanica, ma freddo. Quando chiudevo un giallo così, non mi portavo dietro nulla: solo la fatica di aver seguito ogni dettaglio, come un ragionatore intento a risolvere un delitto.
Sciascia, e in modo diverso Simenon, mi hanno fatto scoprire un’altra via.
Nei loro romanzi il delitto non è soltanto un enigma da risolvere, ma una conseguenza da comprendere.
Più che un colpevole da smascherare c’è una verità da inseguire, spesso scomoda, che riguarda tutti.
È un giallo che non finisce con l’arresto di qualcuno, ma con la scoperta di una colpa collettiva, o di una fragilità umana che ci somiglia.


Simenon, con la sua apparente semplicità, mette in scena la quotidianità che si incrina; Sciascia scava nel meccanismo del potere, nella logica distorta che trasforma la giustizia in arbitrio. Entrambi, a modo loro, usano il delitto come specchio morale.
Non chiedono al lettore di capire come è stato commesso un crimine, ma perché.
Conclusione
Il giallo classico, a mio giudizio chiude, questi gialli aprono.
E quando li si finisce, non c’è soddisfazione ma inquietudine, quella sensazione che resta addosso come un odore.
È un giallo che non consola, non premia l’intelligenza, ma la coscienza.
E forse, proprio per questo, non smette di parlarci.


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