Si predica bene e si razzola male
(ovvero: il mito infranto della qualità editoriale)
C’è davvero una curiosa ossessione, nel mondo dell’editoria “seria”: quella di fare il contropelo agli esordienti.
Ogni editor che si rispetti, o che almeno così si presenta, ha in bocca le stesse formule: «Il romanzo deve essere curato», «attenzione alle incoerenze», «la voce narrativa va pulita, controllata, coerente».
Parole d’ordine ripetute come un catechismo, quasi che la letteratura fosse un esercizio di ortodossia grammaticale.
Eppure basta aprire Amazon e leggere qualche estratto di romanzi pubblicati da case editrici rinomate – grandi marchi, copertine patinate, lodi in fascetta – per scoprire un’altra verità: incipit sfilacciati, dialoghi di legno, tempi verbali che oscillano come banderuole, frasi che nessun editor attento avrebbe dovuto lasciar passare. Scene d’apertura improponibili.
Lì, dove la “professionalità” dovrebbe essere garanzia di qualità, si trova spesso il dilettantismo travestito da mestiere.
C’è chi insegna come scrivere un incipit perfetto e poi ne pubblica di disastrosi.
C’è chi pontifica sul “mostrare, non raccontare” e poi riempie pagine di spiegoni.
C’è chi deride il self publishing come covo di improvvisati, ma pubblica romanzi che un autoprodotto coscienzioso non oserebbe mai firmare.
Morale: si predica bene e si razzola male.


L’illusione della qualità garantita
La grande bugia, alimentata da editor e uffici stampa, è che il marchio editoriale equivalga a qualità letteraria.
Un tempo forse era così; oggi non più. Le redazioni ridotte all’osso, gli editor freelance sottopagati e i ritmi di pubblicazione frenetici hanno svuotato quel filtro che un tempo garantiva selezione e rigore. Si pubblica ciò che si può vendere, non ciò che resiste alla lettura.
Eppure, il discorso ufficiale resta immutato: il “vero autore” è quello che passa dal vaglio editoriale. Ma il vaglio di chi? Di un mercato che deve riempire collane, non scaffali di memoria? Di editor che, spesso, sono essi stessi aspiranti scrittori frustrati, convinti di aver scoperto la formula universale del romanzo “giusto”?
La qualità che nessuno vede
Paradossalmente, proprio nel mondo del self publishing – tanto vituperato – si trovano talvolta lavori più puliti, coerenti, curati di molti libri marchiati da grandi sigle.
Non perché l’autopubblicazione sia di per sé virtuosa, ma perché chi sceglie quella via lo fa per necessità, e quindi con rigore: sa di non avere filtri a coprirlo e si gioca tutto sulla sostanza.
L’autore indipendente non ha un editore a proteggerlo: se sbaglia, si vede.
Ed è proprio questa esposizione che, in molti casi, lo costringe a essere più serio, più onesto, più artigiano della parola.
Conclusione – Il paradosso del mestiere
Il mondo editoriale ama la parola “professionalità”. Ma la professionalità, in letteratura, non si misura dal logo sulla copertina: si misura dal rispetto per la lingua, per la coerenza narrativa, per il lettore. E questo rispetto, spiace dirlo, non è appannaggio di chi pubblica con una grande casa editrice.
Forse è arrivato il momento di ammetterlo: non esiste una scrittura “legittima” e una “clandestina”. Esiste solo la buona scrittura – quella che si riconosce da sé, senza bisogno di marchi o patenti di qualità.
La vera incoerenza, oggi, non è nei romanzi degli esordienti: è nell’editoria che si proclama maestra di stile e intanto dimentica come si scrive un incipit.


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